The day Bunker Roy said “You will go to India” / Il giorno in cui Bunker Roy mi disse: “tu andrai in India”

(see below for English version)

Domenica 23 settembre 2012
Oggi è domenica e non c’è lezione alla Solar Section anche se nel resto dell’Old Campus il lavoro continua, in India la domenica non è un giorno di festa. Le nostre donne finalmente riposano dopo la prima settimana di scuola: c’è chi fa il bucato, chi legge la Bibbia, chi semplicemente si rilassa nella propria stanza.
Nel pomeriggio i teacher chiamano tutte le donne nella classe per far compilare un questionario sulla loro famiglia e sulle loro condizioni economiche, sull’accesso all’energia elettrica e all’acqua, e sulla scolarizzazione dei figli. Il form è in inglese e i teacher ci chiedono di aiutare le donne di lingua spagnola a compilarlo, visto che oltre a non capire l’inglese la maggior parte non sa nè leggere nè scrivere. Facendo le domande alle nostre amiche del Salvador e del Guatemala conosciamo un po’ meglio le loro storie.

Maria Elena e Ana Silvia sono cugine e vengono da El Carrizo nel Tepecoio, dipartimento La Libertad della repubblica di El Salvador, una minuscola comunità montana a circa un’ora di cammino dal primo centro raggiunto dall’energia elettrica. Maria Elena ha 39 anni e Ana Silvia ne ha 42. La prima ha 2 figli mentre la seconda ne ha 5. I loro mariti, che si chiamano entrambi Josè Antonio, sono braccianti nella milpa, il tradizionale sistema di campi coltivati che alterna la semina di mais, fagioli, zucche, pomodori e altri tipi legumi. Nelle settimane in cui lavorano la loro paga è di 55$ dollari ogni due settimane con cui devono mantenere la famiglia, con il piccolo aiuto extra di quello che riescono a ricavare da alcuni polli e alberi da frutto. Maria Elena e Ana Silvia si possono considerare fortunate: i loro figli hanno tutti potuto frequentare le scuole elementari. Quando finiamo di riempire il questionario chiediamo loro di firmarlo. Con naturalezza ci mostrano il pollice: la loro firma è la loro impronta digitale.

Le sorelle Alfaro, Rosa Alba e Maura Carolina, vengono invece da un’altra regione del Salvador, il dipartimento di La Paz, e precisamente dall’isola chiamata El Cordoncillo, poco distante da San Luiz La Herradura. La loro isola è una piccola lingua di terra in mezzo ad una laguna sulla costa del Pacifico dove vivono 80 famiglie, tutte senza accesso all’energia elettrica. I mariti delle due donne sono entrambi pescatori e, come tutti gli abitanti dell’isola, mantengono le loro famiglie con il ricavato della pesca se il mare non è troppo “arrabbiato” per pescare. Per arrotondare le due sorelle vendono porta a porta pane e frutta, riuscendo a ricavare pochi dollari per le spese di ogni giorno da aggiungere ai 50$ quindicinali che i mariti riescono a portare a casa quando la pesca è buona.
Solo 3 dei 6 figli di Rosa Alba hanno potuto studiare, Maura invece ci dice con orgoglio che tutti i suoi figli vanno a scuola e che la figlia più grande ha appena finito il liceo. Vorrebbe andare all’università, racconta Maura, ma per quello purtroppo non ci sono abbastanza soldi. Una delle cose che continuano a ripetere entrambe è che quando avranno portato l’elettricità nella comunità i giovani non dovranno più studiare alla fioca luce di una candela. Finito il form solo Maura può firmare, ha imparato a farlo dopo un corso serale di 3 mesi in cui ha anche imparato a leggere.

Infine compiliamo il questionario per Catarina e Isabela, le due donne del Guatemala. Con loro incontriamo più problemi, perchè la loro lingua non è lo spagnolo, ma l’Ixil, un’antica lingua Maya dell’etnia Quichè difusa nelle montagne Cuchumatanes del Guatemala. Catarina ha frequentato i primi due anni delle elementari e parla un po’ di spagnolo così può tradurre le nostre domande a Isabela. Le vita delle due piccole Ixil sembra essere più dura rispetto a quella delle altre ispaniche della solar section. Catarina e Isabela provengono entrambe dalla provincia di San Juan Cotzal, Caterina ha 3 figli ed il marito lavora come bracciante agricolo nelle coltivazioni della zona, mentre il marito di Isabela è morto due anni fa lasciandola sola con due figli da mantenere. Nessuna delle due ha potuto pagare gli studi dei figli e Catarina ci racconta dei problemi di approvvigionamento dell’acqua nella sua comunità, disagi dovuti a smottamenti e rotture nei tubi causati dalle piogge torrenziali che regolarmente colpiscono la zona. Catarina e Isabela provengono da una comunità che è rimasta isolata per secoli dal resto del mondo, appena sfiorata dall’arrivo degli spagnoli e non ancora intaccata dalla modernità. Nella loro vita non avevano mai visto un cellulare e tra tutto il gruppo delle solar students sono quelle che mostrano più difficoltà non solo di comprensione ma anche di adattamento.

Quello che accomuna tutte le donne è la fiducia nel cambiamento che l’arrivo dei pannelli solari porterà alle loro vite e alle comunità di appartenenza. Tutte e sei ci confermano quella che ci sembrava essere una leggenda: è veramente Bunker Roy in persona a scegliere le donne destinate a diventare delle barefoot solar engeneers. Tutte raccontano di come un bel giorno dal nulla sia spuntato uno strano indiano che chiedeva alla comunità di riunirsi per scegliere due donne da mandare in India, e come al termine della riunione abbia guardato negli occhi le prescelte dicendo loro: “tu”. Tutte sulle prima hanno dubitato, ma a quanto pare Bunker ha messo a punto una strategia vincente riassumibile in una frase: “se non parti tu, la tua comunità non avrà la luce”. Quel “tu” voleva anche dire: “dovrai lasciare la tua famiglia per sei mesi, andare dall’altra parte del mondo e imparare ad assemblare lampade fatte di minuscoli circuiti dai nomi assurdi. Al tuo ritorno dovrai insegnarlo a chiunque ne abbia bisogno.”

Non c’è dubbio che Bunker abbia un ottimo fiuto per riconoscere subito quelle che ce la possono fare, o, come ama dire lui, quelle che partono donne e tornano tigri.

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THE DAY BUNKER ROY SAID: “YOU WILL GO TO INDIA”

Sunday, September 23rd, 2012

Today is Sunday and the Solar Section doesn’t have class. Although the rest of the Old Campus goes on working, Sunday at the Barefoot College is not holiday. Our women are finally resting after their first week of school: someone is doing the laundry, someone is reading the Bible, someone else is simply relaxing in her room.

In the afternoon, the teachers gather all the women in the class to complete a questionnaire about their family and economic conditions, access to electricity and water, and the education of their children. The form is in English and the teachers ask us to help Spanish-speaking women to fill it. Many of them don’t understand English, the most can’t either read, nor write. Asking questions to our friends from El Salvador and Guatemala we know a little more about their stories.

Maria Elena and Ana Silvia are cousins ​​and are from El Carrizo in Tepecoio, a department of La Libertad in the Republic of El Salvador, a very small mountain community far an hour walking from the nearest place reached by electricity. Maria Elena is 39 years old and Ana Silvia 42. The former has two children, the latter has five. Their husbands, both called Jose Antonio, are labourers in the milpa, the traditional system of cultivated fields, which alternate the planting of corn, beans, squash, tomatoes and other vegetables. When they get work, they’re paid 55 dollars every two weeks. With this money they have to support their families, with the little help that they get from chickens and fruit trees. Maria Elena and Ana Silvia can be considered lucky women: their children can attend the primary school. When we finish to fill the questionnaire, we ask them to sign it. They show us their thumb: their signature is their fingerprint.

The Alfaro sisters, Rosa Alba and Maura Carolina, are from another region of El Salvador, in the department of La Paz, precisely from a little island called El Cordoncillo, not far from San Luiz La Herradura. Their island is a small strip of land in the middle of a lagoon in the Pacific coast where there are 80 families, all without access to electricity. The two women husbands are both fishermen and, like all the inhabitants of the island, they keep their families with the revenue of fishing if the sea is not too “angry”. To make up their wages, the two sisters sell bread and fruit door-to-door, getting few dollars for the daily shopping to add to the $ 50 that their husbands can take home when the fishing is good.

Only 3 of the 6 children of Rosa Alba were able to study, instead Maura says with pride that all her children go to school and that’s his eldest daughter has just finished the high school. She wants to go to university, says Maura, but unfortunately they don’t’ have enough money to pay for it. One thing the two women keep repeating is that when they will bring the electricity to the community the young people won’t need anymore to study with the dim light of a candle. Once we fill the questionnaire, only Maura can sign it, she learned after a three months evening course in which she also learned how to read.

We finally fill the questionnaire of Catarina and Isabela, the two women from Guatemala. With them we have more problems, because their mother language is not Spanish but Ixil, an ancient Mayan dialect spoke by the Quichè ethnic group, living in the Cuchumatanes mountains of Guatemala. Catarina attended the first two years of primary school and speaks a little Spanish so she can translate our questions to Isabela. The life of the two small Ixil seems harder than that of the other Hispanic of the solar section. Catarina and Isabela come from the province of San Juan Cotzal, Catherine has 3 children and her husband works as a farm laborer in the cultivation of the area, while Isabela’s husband died two years ago leaving her with two children to maintain. None of them was able to pay to let their children studies and Catherine tells us about the problems of sourcing water in his community, inconvenience due to the breaking of the pipes caused by the torrential rains that hit regularly the area. Catarina and Isabela come from a community that has been isolated for centuries from the rest of the world, barely touched by the arrival of the Spaniards and not yet affected by modernity. In their lives they had never seen a mobile phone and, between the whole group of solar students, are those showing more difficulty not only about understanding but also in adaptation.

What is common to all women is the confidence in the change that the solar panels will bring to their lives and communities. All the six women have confirmed what we believe to be a legend: it is Bunker Roy in person who chooses the women that will become the barefoot solar engineers. All of them tell us about the day in which a strange Indian appeared asking the community to get together to choose two women to send in India, and how at the end of the meeting he looked into the eyes the chosen women saying: “you.” At first they doubted, but apparently Bunker has developed a winning strategy that can be summed up in one sentence: “if you don’t leave, your community won’t have energy.” That “you” also meant “you have to leave your family for six months, to go the other side of the world and learn how to assemble lamps made of tiny circuits with absurd names. When  you ‘ll come back you’ll have to teach what you learnt to anyone who needs it. ”

There is no doubt that Bunker has a nose to recognize those that can do it, or, as he likes to say, those who leave women and come back tigers.

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