Come una passeggiata a Ballarò mi ha fatto capire meglio il mondo

Palermo, domenica 14 ottobre 2012.

In attesa di una partenza di cui non conosco ancora esattamente né la data né la destinazione, mi sistemo momentaneamente a casa di un amico, sopra il mercato storico di Ballarò. Dalla finestra vedo la mia vecchia casa, poche decine di metri più in giù nella stessa via. A quanto pare il destino mi ha voluto riportare in questo rumoroso angolo di Sicilia dove sembrano volersi ammassare disordinatamente tutte le culture del mondo.

È domenica mattina. Decido di scendere al mercato, e di vagare per i banchetti in cerca di un piccolo regalo per la casa che mi aiuti a sentirla anche un po’ mia. Cammino per Via delle Pergole. Uno accanto all’altro convivono pacificamente un parrucchiere nigeriano, una famiglia ispanica, un negoziante di vestiti cinesi, un minimarket pakistano, un fruttivendolo palermitano e un ragazzo tunisino che vende scarpe da ginnastica contraffatte. Un classico angolo di Ballarò, un colorito angolo di mondo.

Mi dirigo verso Piazza del Carmine, mosso più o meno consciamente dalla voglia di passare a vedere se c’è ancora la ferramenta di un bengalese che avevo conosciuto anni fa, un ragazzo simpatico che ogni volta che passavo davanti alla sua bottega mi salutava calorosamente. Attraverso l’affollatissima piazza, con i suoi angusti ed affollatissimi passaggi tra i banchi della frutta e del pesce quando sento chiamare da lontano: “Hey regista!” alzo lo sguardo. È proprio lui.

Mi avvicino sorpreso, non pensavo che si ricordasse di me. “So tutto” mi dice ridendo, “seguo la vostra storia fin dagli inizi, il vostro premio, il viaggio, tutto”. Ryan mi racconta che è un grande appassionato di cinema e che da quando è in Italia ha sempre seguito il festival Soleluna. Quest’anno non era potuto venire alla premiazione così ha guardato i premi via internet, ha letto del premio e ha seguito il nostro viaggio sul blog. Ryan mi presenta i suoi familiari, i quali appena sentono che sto facendo un documentario su Bunker Roy mi stringono la mano con entusiasmo e mi fanno i complimenti. “Noi siamo della scuola di Muhammad Yunus” (l’economista bengalese inventore del microcredito moderno e fondatore della grameen bank, premio Nobel per la pace nel 2006), mi dicono sorridendo.

Racconto a Ryan dell’esperienza al Barefoot college. “Una bellissima realtà”, commenta. Poi però, aggiunge con un’amarezza, senza perdere quel suo sorriso serafico che mi fa sentire di nuovo in India: “ce ne vorrebbero di iniziative così per cambiare veramente qualcosa!”

Mai avrei pensato che sarebbe stato un bottegaio immigrato dal Bangladesh a Palermo a farmi riaprire gli occhi. La realtà del Barefoot College è un caso isolato, e a modo suo mi ha dato una visione distorta dell’India, facendomi sottovalutare la povertà di quel paese e del mondo intero. Il benessere a cui sono abituato si sposava bene con la serenità pacifica del Barefoot ma il sorriso disilluso di Ryan, uno che quella realtà l’ha vissuta in prima persona, mi ha fatto capire più a fondo quei dati che ormai conosco bene, ancora oggi oltre 2 miliardi di persone non hanno accesso all’energia elettrica, e spesso nemmeno ad un’istruzione, ma nelle loro vicinanze non hanno un Barefoot College a cercare di aiutarli.

Improvvisamente, dopo giorni di conferenze Onu e dell’ottimismo dei convegni romani, mi rendo conto di quanto sia grande il mondo e di quanto siamo piccoli noi, e di quanto tempo ci vorrà a cambiare veramente qualcosa. Mi corre in aiuto proprio una frase di Yunus: “un giorno i nostri nipoti andranno nei musei a vedere cosa era la miseria” e mi consolo pensando che il nostro lavoro potrà aiutare a far conoscere il metodo barefoot, e a mostrare che a Tilonia, uno sperdutissimo villaggio dell’India, esiste un laboratorio dove si sperimentano metodi alternativi di sviluppo. “Abbiamo tutto il tempo del mondo”, mi aveva detto un giorno Bunker Roy con una serenità difficilmente ritrovabile in occidente. A noi spetta solo spargere la voce, affinchè i semi del cambiamento si spargano più velocemente.

“Ci vorrebbe un Barefoot college in ogni villaggio” convengo con Ryan, quindi mi faccio dare un mestolo e delle presine e lo saluto.

Riattraverso il mercato di Ballarò con degli occhi nuovi. Improvvisamente le facce africane, bengalesi, arabe e italiane mi balzano agli occhi con un’intensità diversa e capisco che il premio Soleluna non poteva che nascere da Palermo, una città speciale, non semplicemente Sicilia o Italia, ma una città del mondo dove etnie e religioni tra le più disparate si mescolano senza contrasti, in un vivi e lascia vivere fuori dal comune.

Continuo a camminare pensando a quel simpatico bengalese studente di ingegneria meccanica ed appassionato di cinema che mi ha fatto vedere le cose da un’altra prospettiva e ci vedo un poco la metafora dei nostri tempi: forse gli immigrati e i loro figli, con la loro voglia di crearsi un futuro migliore, aiuteranno anche noi a crescere e, come ha fatto Ryan con me, a farci aprire gli occhi.

Giovanni

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