Come una passeggiata a Ballarò mi ha fatto capire meglio il mondo

Palermo, domenica 14 ottobre 2012.

In attesa di una partenza di cui non conosco ancora esattamente né la data né la destinazione, mi sistemo momentaneamente a casa di un amico, sopra il mercato storico di Ballarò. Dalla finestra vedo la mia vecchia casa, poche decine di metri più in giù nella stessa via. A quanto pare il destino mi ha voluto riportare in questo rumoroso angolo di Sicilia dove sembrano volersi ammassare disordinatamente tutte le culture del mondo.

È domenica mattina. Decido di scendere al mercato, e di vagare per i banchetti in cerca di un piccolo regalo per la casa che mi aiuti a sentirla anche un po’ mia. Cammino per Via delle Pergole. Uno accanto all’altro convivono pacificamente un parrucchiere nigeriano, una famiglia ispanica, un negoziante di vestiti cinesi, un minimarket pakistano, un fruttivendolo palermitano e un ragazzo tunisino che vende scarpe da ginnastica contraffatte. Un classico angolo di Ballarò, un colorito angolo di mondo.

Mi dirigo verso Piazza del Carmine, mosso più o meno consciamente dalla voglia di passare a vedere se c’è ancora la ferramenta di un bengalese che avevo conosciuto anni fa, un ragazzo simpatico che ogni volta che passavo davanti alla sua bottega mi salutava calorosamente. Attraverso l’affollatissima piazza, con i suoi angusti ed affollatissimi passaggi tra i banchi della frutta e del pesce quando sento chiamare da lontano: “Hey regista!” alzo lo sguardo. È proprio lui.

Mi avvicino sorpreso, non pensavo che si ricordasse di me. “So tutto” mi dice ridendo, “seguo la vostra storia fin dagli inizi, il vostro premio, il viaggio, tutto”. Ryan mi racconta che è un grande appassionato di cinema e che da quando è in Italia ha sempre seguito il festival Soleluna. Quest’anno non era potuto venire alla premiazione così ha guardato i premi via internet, ha letto del premio e ha seguito il nostro viaggio sul blog. Ryan mi presenta i suoi familiari, i quali appena sentono che sto facendo un documentario su Bunker Roy mi stringono la mano con entusiasmo e mi fanno i complimenti. “Noi siamo della scuola di Muhammad Yunus” (l’economista bengalese inventore del microcredito moderno e fondatore della grameen bank, premio Nobel per la pace nel 2006), mi dicono sorridendo.

Racconto a Ryan dell’esperienza al Barefoot college. “Una bellissima realtà”, commenta. Poi però, aggiunge con un’amarezza, senza perdere quel suo sorriso serafico che mi fa sentire di nuovo in India: “ce ne vorrebbero di iniziative così per cambiare veramente qualcosa!”

Mai avrei pensato che sarebbe stato un bottegaio immigrato dal Bangladesh a Palermo a farmi riaprire gli occhi. La realtà del Barefoot College è un caso isolato, e a modo suo mi ha dato una visione distorta dell’India, facendomi sottovalutare la povertà di quel paese e del mondo intero. Il benessere a cui sono abituato si sposava bene con la serenità pacifica del Barefoot ma il sorriso disilluso di Ryan, uno che quella realtà l’ha vissuta in prima persona, mi ha fatto capire più a fondo quei dati che ormai conosco bene, ancora oggi oltre 2 miliardi di persone non hanno accesso all’energia elettrica, e spesso nemmeno ad un’istruzione, ma nelle loro vicinanze non hanno un Barefoot College a cercare di aiutarli.

Improvvisamente, dopo giorni di conferenze Onu e dell’ottimismo dei convegni romani, mi rendo conto di quanto sia grande il mondo e di quanto siamo piccoli noi, e di quanto tempo ci vorrà a cambiare veramente qualcosa. Mi corre in aiuto proprio una frase di Yunus: “un giorno i nostri nipoti andranno nei musei a vedere cosa era la miseria” e mi consolo pensando che il nostro lavoro potrà aiutare a far conoscere il metodo barefoot, e a mostrare che a Tilonia, uno sperdutissimo villaggio dell’India, esiste un laboratorio dove si sperimentano metodi alternativi di sviluppo. “Abbiamo tutto il tempo del mondo”, mi aveva detto un giorno Bunker Roy con una serenità difficilmente ritrovabile in occidente. A noi spetta solo spargere la voce, affinchè i semi del cambiamento si spargano più velocemente.

“Ci vorrebbe un Barefoot college in ogni villaggio” convengo con Ryan, quindi mi faccio dare un mestolo e delle presine e lo saluto.

Riattraverso il mercato di Ballarò con degli occhi nuovi. Improvvisamente le facce africane, bengalesi, arabe e italiane mi balzano agli occhi con un’intensità diversa e capisco che il premio Soleluna non poteva che nascere da Palermo, una città speciale, non semplicemente Sicilia o Italia, ma una città del mondo dove etnie e religioni tra le più disparate si mescolano senza contrasti, in un vivi e lascia vivere fuori dal comune.

Continuo a camminare pensando a quel simpatico bengalese studente di ingegneria meccanica ed appassionato di cinema che mi ha fatto vedere le cose da un’altra prospettiva e ci vedo un poco la metafora dei nostri tempi: forse gli immigrati e i loro figli, con la loro voglia di crearsi un futuro migliore, aiuteranno anche noi a crescere e, come ha fatto Ryan con me, a farci aprire gli occhi.

Giovanni

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Bunker Roy and Enel Green Power @ Uman Foundation

(see below for English)

Roma, 9 ottobre 2012

Oggi l’auditorium Enel di Roma ospita il convegno per la presentazione della Uman Foundation, un’organizzazione che si propone di mettere in relazione enti privati con imprese sociali di tutto il mondo per mettere in pratica una nuova filantropia slegata dai contributi statali.
In sala siedono molti nomi importanti della politica e della finanza italiana e internazionale. Il momento culminante del convegno è l’intervento di Bunker Roy e di Francesco Starace, che rappresentano un esempio concreto di questo modello: la collaborazione tra Enel Green Power e Barefoot College per la formazione di ingegneri solari che porteranno l’energia elettrica in alcuni villaggi rurali dell’America latina.
Ad un anno dal loro accordo i due raccontano l’esperienza di 10 donne peruviane e cilene che grazie ad Enel GP hanno appena terminato il corso presso il Barefoot College di Tilonia per imparare a costruire e installare quei pannelli solari e quelle lampade che ora sono in nave dirette dall’India al sudamerica.
L’installazione dei pannelli è prevista per dicembre e sarà parte del nostro documentario. Il nostro viaggio infatti non si limita all’India ma prevede anche le riprese dell’elettrificazione dei villaggi del Cile e del Perù e della selezione del prossimo gruppo di donne che seguirà il corso al Barefoot College nella primavera del 2013.
La selezione avverrà in uno dei paesi dove Enel Green Power sta costruendo degli impianti: Messico, Guatemala, El Salvador, Panama, Colombia, Brasile, Cile e Perù. In questi giorni Bunker Roy e Francesco Starace parleranno anche di questo e presto sapremo quale destinazione ci aspetta.

Rome, October 9, 2012

Today the auditorium Enel in Rome hosts a conference for the presentation of Uman Foundation, an organization that aims to link private entities with social enterprises around the world to implement a new philanthropy isolated from government grants.

There are a lot of important names linked to the  Italian and international politics and finance. The highlight of the conference is the speech of Bunker Roy and Francesco Starace, representing a concrete example of this model: the partnership between Enel Green Power and Barefoot College for the training of engineers that will bring solar electricity in some rural villages in Latin America. One year on from their agreement they recount the experience of 10 women from Peru and Chile who, thanks to Enel GP, have just completed the course at the Barefoot College in Tilonia and learnt how to build and install these solar panels and those lamps that are now travelling from India to South America.

The installation of the panels is scheduled for December and it will be part of our documentary. Our journey is not restricted to India but also provides shooting electrification of the villages in Chile and Peru and the selection of the next group of women who will follow the course at Barefoot College in spring 2013. The selection will take place in one of the countries where Enel Green Power is building power plants, such as Mexico, Guatemala, El Salvador, Panama, Colombia, Brazil, Chile and Peru. These days Bunker Roy and Francesco Starace will also talk about this, and soon we will know the destination awaiting for us.

Michelle Bachelet. UN women meets Barefoot Solar Section

(see below for English)

Jaipur, giovedì 4 ottobre 2012

Oggi è un giorno speciale per le donne della Solar Section. Le incontriamo a Jaipur al convegno di UN WOMEN, la sezione delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti delle donne nel mondo. Il convegno  è presieduto dalla direttrice esecutiva dell’organizzazione nonché ex presidente del Cile, Michelle Bachelet, una donna semplice ed energica che crede fortemente nel Barefoot College e ne sostiene le iniziative. In questa occasione la Bachelet ha voluto incontrare tutte le partecipanti al corso di solar engeneers per ascoltare di persona le loro impressioni su queste prime settimane a Tiloniya.
Accanto a lei siede Bunker Roy che dopo una breve presentazione del Barefoot College si fa da parte ed invita ogni delegazione a raccontare a Michelle la propria esperienza: come è avvenuta la selezione, le vicissitudini del viaggio (alcuni gruppi si sono persi all’aeroporto), le prime settimane di corso e l’adattamento alla vita del Barefoot College.
La direttrice di UN Women ascolta con interesse e fa molte domande a tutte, inoltre cerca di incoraggiare quelle che raccontano le loro difficoltà. Si rivolge loro in inglese, in spagnolo e in francese, cercando di farle sentire a loro agio e parlando loro da donna a donna. Anche chi non può parlare una di queste tre lingue, vuole esprimersi nella propria. E’ il caso delle donne irachene che prendono la parola in arabo: nonostante non ci sia nessuno che le possa capire riescono comunque a farsi capire.
“E’ proprio questa la forza di questo progetto”, conclude Michelle Bachelet  incoraggiando il gruppo delle donne, “nonostante abbiate lingue e culture diverse riuscirete a trovare un modo di comunicare e a imparare a costruire lampade e pannelli solari”.

MICHELLE BACHELET. UN WOMEN MEETS BAREFOOT SOLAR SECTION

Jaipur, 9th October 2012

Today is a special day for the women of the Solar Section. We meet them in Jaipur at the conference of UN WOMEN, the section of the United Nations that deals worldwide with women’s rights. The conference is chaired by Michelle Bachelet, executive director of the organization and former president of Chile, a simple and strong woman who strongly believes in the Barefoot College and supports its initiatives. On this occasion, Bachelet wanted to meet the trainees to listen in person their impressions about these early weeks in Tiloniya.

Bunker Roy sits next to her and after a brief presentation of the Barefoot College he invites each delegation  to tell Michelle their experience: the way the selection took place, the vicissitudes of the journey (some groups got lost at the airport), the first weeks of the course and the adaptation to the Barefoot College life.

The director of UN Women listens with interest and asks everyone many questions. She also tries to encourage those who talk about their difficulties. Michelle speaks to them in English, Spanish and French, trying to make them feel comfortable and talking as a woman to another woman. Even those who can speak none of these languages​​ want to speak using their own language. It is the case of Iraqi women who strats speaking in Arabic, although nobody can understand them, but she still manage to make herself understood.

“This is exactly the strength of this project,” says Michelle Bachelet, encouraging the group of women, “although you have different languages ​​and cultures you will find a way to communicate and learn how to build lamps and solar panels.”

Partenza dal Barefoot / Arrivederci a marzo

1 ottobre 2012

Stamattina abbiamo salutato le nostre amiche della Solar Section. Entrati in classe abbiamo conosciuto sei nuove arrivate, quattro da Kiribati e due dall’Iraq, che completano il gruppo delle solar engineers. Le due settimane di ripresa sono terminate, il tempo è volato  ed è arrivato il momento di partire. In questi pochi giorni abbiamo condiviso con loro ogni momento: dalle ore di lezione ai pranzi nella mensa, dalle partite di pallavolo alla pausa per il chai, dai momenti di sconforto a quelli di gioia. Fin da subito ci siamo sentiti parte del gruppo della Solar Section e, oltre a fare le riprese, abbiamo fatto da interpreti dall’inglese allo spagnolo, abbiamo insegnato ad usare il cellulare a chi non ne aveva mai avuto uno e, dopo frequenti richieste, abbiamo aiutato ad organizzare una gita domenicale in chiesa per le donne di fede cattolica (la maggioranza del gruppo).
Nonostante ogni volta in cui dovevamo fare una ripresa ci fosse bisogno di spegnere ventilatori e facessimo morire tutti di caldo,  è nata una bella amicizia e in molte ci hanno chiesto di andare a filmare il giorno in cui installeranno i pannelli nelle loro case.

Arrivato il momento di partire, tutte ci hanno salutato, ognuna in una lingua diversa, ma tutte con un calore ed un trasporto che non aveva bisogno di traduzioni.  In realtà sappiamo che le rivedremo tra alcuni giorni a Jaipur per un incontro con Michelle Bachelet, direttrice dell’ONU per i diritti delle donne, e che a marzo torneremo per filmare la fine del corso, ma lasciare la Solar Section suona quasi come un addio e ce ne andiamo con un po’ di malinconia. E’ anche il momento di salutare Kevin, il nostro fonico di Bombay, che in questi giorni si è rivelato un ottimo traduttore e production manager di fondamentale aiuto in questa avventura.

Qui sotto trovate alcune immagini che raccontano il dietro le quinte di queste settimane di riprese al Barefoot di Tiloniya.

LEAVING BAREFOOT COLLEGE

This morning we said goodbye to our friends of the Solar Section. In the classroom, we met six newcomers, four of them from Kiribati and two from Iraq, which have completed the solar engineers’ group. The two weeks of shooting have come to an end, the time flew past and it’s already time to leave. In these few days, we have shared everything with them: classes and lunches, volleyball matches and chai time, moments of despair and those of joy. From the very first moment, we have felt part of the group of Solar Section and, besides shooting, we interpreted from English to Spanish, we taught how to use mobile phones to those who have never had one, and after frequent requests, we helped to organize a Sunday trip to the church for the Catholic women (the majority of the group).
Though every time we had to shoot we needed to turn off the fans and making everybody dying from heat, a beautiful friendship was born and many of them asked us to go filming the day of the panels installation in their homes.

At the moment of leaving, all of them said us goodbye in their own language, but  with a warmth and a passion that did’t need any translations. We know that we will see them again in few days at Jaipur for a meeting with Michelle Bachelet, UN director for women’s rights, and that we will return in March to film the end of their training, but leaving the Solar Section sounded like a goodbye and we felt a little melancholy. It’s also time to say goodbye to Kevin, our engineer from Bombay, that in these days has been also a good translator and a very helpful production manager in this adventure.

Here there are some pictures of the offstage of these weeks of shooting in the Barefoot.

500 LED lamps leaving for Peru / 500 lampade a LED partono per il Perù

Finalmente, dopo quasi due settimane di lezioni teoriche sui nomi dei componenti e sulle capacità delle resistenze dei circuiti, le nostre donne cominciano il lavoro pratico. Ad ognuna è stato dato un kit composto da cacciavite, forbici per tagliare i fili, saldatore e altri strumenti con i quali possono assemblare i circuiti e le lampade solari.

Oggi le abbiamo trovare concentratissime a montare 500 lampade a LED che dovranno essere spedite alle le loro colleghe del Perù del corso precedente che sono appena ritornate a casa.

Nel frattempo sulle prime pagine dei giornali peruviani si parla del rientro delle cinque donne “expertas en paneles solares” che avevamo conosciuto al nostro primo giorno al Barefoot College (vedi l’articolo “first impressions of india“).

A questo link trovate invece il servizio di una televisione locale sul rientro delle nuove barefoot solar engeneers peruviane.

500 LED LEAVING FOR PERU

Finally, after almost two weeks of theoretical classes on components’ names and circuits resistances, our women begin the practical work. Each of them receives a kit containing screwdriver, scissors to cut the wires, a soldering iron and other tools with which they can assemble circuits and sunlamps.

Today we find them very concentrated in assembling 500 LED lamps that will be sent to the colleagues in Peru that have just returned home after their training in Tilonia.

Meanwhile, the front pages of Peruvian newspapers talk about the return of the five women “expertas en paneles solares” that we met on our first day at the Barefoot College (see the article “first impressions of india“).

At this link you can find the report of a local television about the return of the new Peruvian barefoot solar engineers.

Un giorno al Barefoot College di Tiloniya

Oggi le nostre “nonne” sono venute a piedi dall’old campus al new campus per vedere uno spettacolo di marionette e musica organizzato per loro dalla communication section del Barefoot College. E’ questa l’occasione di visitare tutta la struttura del campus, 8 acri di terra, dove sono stati costruiti piccoli edifici che ospitano uffici e laboratori, ma anche abitazioni e dormitori per gli ospiti. Il campus infatti è strutturato come un piccolo villaggio autosufficente che offre tutti i servizi necessari: la mensa, la biblioteca, la posta, l’ambulatorio medico, la radio, il servizio taxi.

Fondato nel 1972 il Barefoot College nasce per dare soluzioni ai problemi delle comunità rurali e renderle autosufficenti nell’ambito della gestione dell’acqua, dell’educazione, della sanità, del lavoro artigianale. Gli obbiettivi del Barefoot sono l’emancipazione delle donne, il progresso sociale attraverso il lavoro e lo sviluppo della comunicazione ed infine l’ecosostenibilità attraverso l’energia solare. Nel tempo il modello Barefoot si è perfezionato e oggi è stato replicato nelle comunità rurali di 14 stati dell’India.

Il nome Barefoot College è composto dalle parole barefoot, traducibile in italiano con a piedi scalzi, a simboleggiare il valore e il riconoscimento dato dal college al sapere collettivo e ai saperi dei più poveri, e college, nel senso che in questo luogo si viene per imparare con una fondamentale differenza con i centri di apprendimento di tipo occidentale: gli insegnanti possono essere analfabeti, ma non per questo meno qualificati.

Nei due campus di Tiloniya, completamente ecosostenibili e autosufficenti,  vivono circa duecento persone che lavorano nei diversi reparti e laboratori. Sono artigiani, costruttori di pozzi, infermieri, carpentieri, muratori, ingegneri, autisti, cuochi…nessuno dei quali ha ricevuto una istruzione scolastica, ma che hanno imparato attraverso l’esperienza.

Poichè il Barefoot si basa sui principi di eguaglianza e gestione collettiva della struttura, nessuno dei lavoratori guadagna più di $150 al mese e il rapporto tra la paga più alta e quella più bassa non è mai più di 2 a 1. Al Barefoot non bisogna avere uno stipendio perchè tutto ciò che è necessario è comune: cibo, assistenza medica, elettricità, trasporti etc. I bisogni son comunque moderati perchè la vita al college è basata sulla semplicità e sull’austerità dello stile di vita: il cibo è vegetariano, non si servono alcolici o dolciumi, è vietato fumare, ognuno lava i propri piatti e le proprie stanze.

Accompagnamo le donne della Solar Section in una breve visita dei principali ambienti del campus tra cui i laboratori dove si producono tessuti, forni solari, quaderni, assorbenti e pannolini. Attraversiamo poi le varie sezioni tra cui quelle della radio, comunicazione, teatro delle marionette, il centro per la gestione delle acque, la posta, il centralino, la biblioteca e la mediateca.

Per chi volesse approfondire le attività, la gestione e la storia del barefoot college vi consigliamo di visitare il sito www.barefootcollege.org

A DAY AT THE BAREFOOT COLLEGE
Today our ‘grandmothers’ walked  from the old campus to the new campus to see a show of music and puppets the Barefoot College communication section had organized for them. A perfect occasion for us to go around and visit the whole campus, 8 acres of field, where they built small buildings with offices, laboratories, houses and dormitories for guests. The campus is like a small village with all the essential facilities: a dining hall, a library, a post office, a consulting room, a radio station and a taxi service.
Founded in 1972, the Barefoot College was born to give solutions to the rural community and make it self-sufficient in education, health, crafts and managing of water. The aims of the Barefoot College are the emancipation of women, the social progress, the development of communication and the eco-sustainability through solar energy.  The Barefoot model has been getting better and better with time and has been replied in the rural communities of 14 countries of India till today.
Its name is composed by the words barefoot (‘a piedi scalzi’, in Italian), that symbolizes the value the college gives to common and simple knowledge, and college, a center in which you can learn something in a totally different way, far  from the western model: here, teachers can be absolutely illiterate, but not less qualified for this reason.
In the two campuses of Tiloniya, totally self-sufficient and eco-sustainable, there are about two hundred people working in the different sections and laboratories. They are artisans, wells builders, nurses, carpenters, engineers, drivers, cookers. None of them has never been educated, but they all learnt their work by experiencing.
As the Barefoot is based on equality and common managing of the structure, none of the workers gains more than $150 in a month and the ratio between the highest and the lowest pay is never more than 2 to 1. At the Barefoot you needn’t a salary as all you need is shared: food, health assistance, electricity, transports, and so on. The life is really simple and austere: vegetarian food, no alcohol or sweets allowed, no smoking. Moreover, everyone cleans his own dishes and room.
With the women of the Solar Section, we went around the campus sections, visiting clothes, solar ovens, notebooks, pads and diapers laboratories. We went also through the radio station, the communication section, the puppets theatre, the center for water management, the post office, the telephone switchboard section, the library and the media library.
(For further information about activities, management and history of the Barefoot College, check the webpage www.barefootcollege.org)

 

A night at Armara’s night school / Una notte all’Armara night school

(see below for English)

Questa sera facciamo un piccolo giro fuori da Tiloniya. La nostra meta è la night school del piccolo villaggio di Armara, a 5 kilometri di strada sterrata dal Barefoot College.

Le night school sono un particolare tipo di scuole promosse dal Barefoot college per garantire una istruzione minima a quei bambini che di giorno aiutano i genitori nel lavoro nei campi o nelle faccende domestiche.

Oggi nel Rajasthan ci sono un centinaio di night schools, risultato di una politica di sensibilizzazione attuata dal Barefoot che fornisce a queste istituzioni delle lanterne ed un pannello solare per permettere agli insegnanti e agli studenti di fare lezione di notte, orario in cui le famigli permettono ai loro figli di andare a scuola.

Quando arriviamo alla scuola di Armara troviamo una ventina di alunni. Sono principalmente bambine tra i 5 e i 15 anni, tutte sedute attorno ad una lampada nel prato davanti alla classe. L’insegnante ci spiega che le loro famiglie non le mandano alla scuola pubblica perchè non credono che sia un investimento necessario e preferiscono tenerle con loro a lavorare.

Comincia la lezione. Assistiamo ad una serie di esercizi basati sul gioco e il canto per trasmettere ai bambini alcune nozioni base come l’alfabeto, i numeri, le operazioni matematiche più elementari e un po’ di inglese.

Alla fine della lezione i bambini ci coinvolgono nei loro giochi e vogliono imparare una filastrocca in italiano. Ci troviamo tutti mano nella mano a cantare giro-giro-tondo e a buttarci giù per terra ridendo come matti.

A NIGHT AT ARMARA’S NIGHT SCHOOL
 
This evening we do a short tour in Tiloniya. Our destination is the night school of the small village of Armara, 5 kilometres of dirt road from Barefoot College.
The night schools are a particular type of schools promoted by the Barefoot College to ensure a minimum education to those children who help their parents during the day at work in the fields or in the household.
Today in Rajasthan there are about a hundred of night schools, they are the result of a awareness policy implemented by the Barefoot that give these institutions some lanterns and a solar panel to allow the teachers and the students to take class at night, when the families allow their children to go to school.
When we get to Armara school there are about twenty students. There are mostly girls between 5 and 15 years, all sitting around a lamp on the grass in front of the class. The teacher explains us that their families don’t send them to the public school because they don’t believe it is a necessary investment and they prefer to keep them working.
The class start. We attend a series of exercises based on games and songs, to give children some basic notions like the alphabet, the numbers, the most basic mathematical operations and a bit of English.
At the end of the class the children involve us in their games and they want to learn a nursery rhyme in Italian. We are all hand in hand singing “ring around the rosie”, at the and flopping down in the floor and laughing like crazy.

Let’s play circuit. A little taste of the Barefoot College Solar Section

A short backstage moment of a solar section class at the Barefoot College in Tiloniya.

The two barefoot teacher Lila and Magan prepare some components for next lessons.

In the background students learn the solar lantern components’ names by repeating in singsong.

FACCIAMO CIRCUITI! UN ASSAGGIO DELLA SOLAR SECTION DEL BAREFOOT COLLEGE

Un breve dietro le quinte di una lezione della solar section del Barefoot College di Tiloniya.

Le due insegnanti Lila e Magan preparano dei componenti per le prossime lezioni.

Sullo sfondo le studentesse ripetono cantilenando i nomi dei componenti delle lampade solari.

The day Bunker Roy said “You will go to India” / Il giorno in cui Bunker Roy mi disse: “tu andrai in India”

(see below for English version)

Domenica 23 settembre 2012
Oggi è domenica e non c’è lezione alla Solar Section anche se nel resto dell’Old Campus il lavoro continua, in India la domenica non è un giorno di festa. Le nostre donne finalmente riposano dopo la prima settimana di scuola: c’è chi fa il bucato, chi legge la Bibbia, chi semplicemente si rilassa nella propria stanza.
Nel pomeriggio i teacher chiamano tutte le donne nella classe per far compilare un questionario sulla loro famiglia e sulle loro condizioni economiche, sull’accesso all’energia elettrica e all’acqua, e sulla scolarizzazione dei figli. Il form è in inglese e i teacher ci chiedono di aiutare le donne di lingua spagnola a compilarlo, visto che oltre a non capire l’inglese la maggior parte non sa nè leggere nè scrivere. Facendo le domande alle nostre amiche del Salvador e del Guatemala conosciamo un po’ meglio le loro storie.

Maria Elena e Ana Silvia sono cugine e vengono da El Carrizo nel Tepecoio, dipartimento La Libertad della repubblica di El Salvador, una minuscola comunità montana a circa un’ora di cammino dal primo centro raggiunto dall’energia elettrica. Maria Elena ha 39 anni e Ana Silvia ne ha 42. La prima ha 2 figli mentre la seconda ne ha 5. I loro mariti, che si chiamano entrambi Josè Antonio, sono braccianti nella milpa, il tradizionale sistema di campi coltivati che alterna la semina di mais, fagioli, zucche, pomodori e altri tipi legumi. Nelle settimane in cui lavorano la loro paga è di 55$ dollari ogni due settimane con cui devono mantenere la famiglia, con il piccolo aiuto extra di quello che riescono a ricavare da alcuni polli e alberi da frutto. Maria Elena e Ana Silvia si possono considerare fortunate: i loro figli hanno tutti potuto frequentare le scuole elementari. Quando finiamo di riempire il questionario chiediamo loro di firmarlo. Con naturalezza ci mostrano il pollice: la loro firma è la loro impronta digitale.

Le sorelle Alfaro, Rosa Alba e Maura Carolina, vengono invece da un’altra regione del Salvador, il dipartimento di La Paz, e precisamente dall’isola chiamata El Cordoncillo, poco distante da San Luiz La Herradura. La loro isola è una piccola lingua di terra in mezzo ad una laguna sulla costa del Pacifico dove vivono 80 famiglie, tutte senza accesso all’energia elettrica. I mariti delle due donne sono entrambi pescatori e, come tutti gli abitanti dell’isola, mantengono le loro famiglie con il ricavato della pesca se il mare non è troppo “arrabbiato” per pescare. Per arrotondare le due sorelle vendono porta a porta pane e frutta, riuscendo a ricavare pochi dollari per le spese di ogni giorno da aggiungere ai 50$ quindicinali che i mariti riescono a portare a casa quando la pesca è buona.
Solo 3 dei 6 figli di Rosa Alba hanno potuto studiare, Maura invece ci dice con orgoglio che tutti i suoi figli vanno a scuola e che la figlia più grande ha appena finito il liceo. Vorrebbe andare all’università, racconta Maura, ma per quello purtroppo non ci sono abbastanza soldi. Una delle cose che continuano a ripetere entrambe è che quando avranno portato l’elettricità nella comunità i giovani non dovranno più studiare alla fioca luce di una candela. Finito il form solo Maura può firmare, ha imparato a farlo dopo un corso serale di 3 mesi in cui ha anche imparato a leggere.

Infine compiliamo il questionario per Catarina e Isabela, le due donne del Guatemala. Con loro incontriamo più problemi, perchè la loro lingua non è lo spagnolo, ma l’Ixil, un’antica lingua Maya dell’etnia Quichè difusa nelle montagne Cuchumatanes del Guatemala. Catarina ha frequentato i primi due anni delle elementari e parla un po’ di spagnolo così può tradurre le nostre domande a Isabela. Le vita delle due piccole Ixil sembra essere più dura rispetto a quella delle altre ispaniche della solar section. Catarina e Isabela provengono entrambe dalla provincia di San Juan Cotzal, Caterina ha 3 figli ed il marito lavora come bracciante agricolo nelle coltivazioni della zona, mentre il marito di Isabela è morto due anni fa lasciandola sola con due figli da mantenere. Nessuna delle due ha potuto pagare gli studi dei figli e Catarina ci racconta dei problemi di approvvigionamento dell’acqua nella sua comunità, disagi dovuti a smottamenti e rotture nei tubi causati dalle piogge torrenziali che regolarmente colpiscono la zona. Catarina e Isabela provengono da una comunità che è rimasta isolata per secoli dal resto del mondo, appena sfiorata dall’arrivo degli spagnoli e non ancora intaccata dalla modernità. Nella loro vita non avevano mai visto un cellulare e tra tutto il gruppo delle solar students sono quelle che mostrano più difficoltà non solo di comprensione ma anche di adattamento.

Quello che accomuna tutte le donne è la fiducia nel cambiamento che l’arrivo dei pannelli solari porterà alle loro vite e alle comunità di appartenenza. Tutte e sei ci confermano quella che ci sembrava essere una leggenda: è veramente Bunker Roy in persona a scegliere le donne destinate a diventare delle barefoot solar engeneers. Tutte raccontano di come un bel giorno dal nulla sia spuntato uno strano indiano che chiedeva alla comunità di riunirsi per scegliere due donne da mandare in India, e come al termine della riunione abbia guardato negli occhi le prescelte dicendo loro: “tu”. Tutte sulle prima hanno dubitato, ma a quanto pare Bunker ha messo a punto una strategia vincente riassumibile in una frase: “se non parti tu, la tua comunità non avrà la luce”. Quel “tu” voleva anche dire: “dovrai lasciare la tua famiglia per sei mesi, andare dall’altra parte del mondo e imparare ad assemblare lampade fatte di minuscoli circuiti dai nomi assurdi. Al tuo ritorno dovrai insegnarlo a chiunque ne abbia bisogno.”

Non c’è dubbio che Bunker abbia un ottimo fiuto per riconoscere subito quelle che ce la possono fare, o, come ama dire lui, quelle che partono donne e tornano tigri.

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THE DAY BUNKER ROY SAID: “YOU WILL GO TO INDIA”

Sunday, September 23rd, 2012

Today is Sunday and the Solar Section doesn’t have class. Although the rest of the Old Campus goes on working, Sunday at the Barefoot College is not holiday. Our women are finally resting after their first week of school: someone is doing the laundry, someone is reading the Bible, someone else is simply relaxing in her room.

In the afternoon, the teachers gather all the women in the class to complete a questionnaire about their family and economic conditions, access to electricity and water, and the education of their children. The form is in English and the teachers ask us to help Spanish-speaking women to fill it. Many of them don’t understand English, the most can’t either read, nor write. Asking questions to our friends from El Salvador and Guatemala we know a little more about their stories.

Maria Elena and Ana Silvia are cousins ​​and are from El Carrizo in Tepecoio, a department of La Libertad in the Republic of El Salvador, a very small mountain community far an hour walking from the nearest place reached by electricity. Maria Elena is 39 years old and Ana Silvia 42. The former has two children, the latter has five. Their husbands, both called Jose Antonio, are labourers in the milpa, the traditional system of cultivated fields, which alternate the planting of corn, beans, squash, tomatoes and other vegetables. When they get work, they’re paid 55 dollars every two weeks. With this money they have to support their families, with the little help that they get from chickens and fruit trees. Maria Elena and Ana Silvia can be considered lucky women: their children can attend the primary school. When we finish to fill the questionnaire, we ask them to sign it. They show us their thumb: their signature is their fingerprint.

The Alfaro sisters, Rosa Alba and Maura Carolina, are from another region of El Salvador, in the department of La Paz, precisely from a little island called El Cordoncillo, not far from San Luiz La Herradura. Their island is a small strip of land in the middle of a lagoon in the Pacific coast where there are 80 families, all without access to electricity. The two women husbands are both fishermen and, like all the inhabitants of the island, they keep their families with the revenue of fishing if the sea is not too “angry”. To make up their wages, the two sisters sell bread and fruit door-to-door, getting few dollars for the daily shopping to add to the $ 50 that their husbands can take home when the fishing is good.

Only 3 of the 6 children of Rosa Alba were able to study, instead Maura says with pride that all her children go to school and that’s his eldest daughter has just finished the high school. She wants to go to university, says Maura, but unfortunately they don’t’ have enough money to pay for it. One thing the two women keep repeating is that when they will bring the electricity to the community the young people won’t need anymore to study with the dim light of a candle. Once we fill the questionnaire, only Maura can sign it, she learned after a three months evening course in which she also learned how to read.

We finally fill the questionnaire of Catarina and Isabela, the two women from Guatemala. With them we have more problems, because their mother language is not Spanish but Ixil, an ancient Mayan dialect spoke by the Quichè ethnic group, living in the Cuchumatanes mountains of Guatemala. Catarina attended the first two years of primary school and speaks a little Spanish so she can translate our questions to Isabela. The life of the two small Ixil seems harder than that of the other Hispanic of the solar section. Catarina and Isabela come from the province of San Juan Cotzal, Catherine has 3 children and her husband works as a farm laborer in the cultivation of the area, while Isabela’s husband died two years ago leaving her with two children to maintain. None of them was able to pay to let their children studies and Catherine tells us about the problems of sourcing water in his community, inconvenience due to the breaking of the pipes caused by the torrential rains that hit regularly the area. Catarina and Isabela come from a community that has been isolated for centuries from the rest of the world, barely touched by the arrival of the Spaniards and not yet affected by modernity. In their lives they had never seen a mobile phone and, between the whole group of solar students, are those showing more difficulty not only about understanding but also in adaptation.

What is common to all women is the confidence in the change that the solar panels will bring to their lives and communities. All the six women have confirmed what we believe to be a legend: it is Bunker Roy in person who chooses the women that will become the barefoot solar engineers. All of them tell us about the day in which a strange Indian appeared asking the community to get together to choose two women to send in India, and how at the end of the meeting he looked into the eyes the chosen women saying: “you.” At first they doubted, but apparently Bunker has developed a winning strategy that can be summed up in one sentence: “if you don’t leave, your community won’t have energy.” That “you” also meant “you have to leave your family for six months, to go the other side of the world and learn how to assemble lamps made of tiny circuits with absurd names. When  you ‘ll come back you’ll have to teach what you learnt to anyone who needs it. ”

There is no doubt that Bunker has a nose to recognize those that can do it, or, as he likes to say, those who leave women and come back tigers.

Jan in ‘t Veld. People like this can change the world / Persone che possono chiamare il mondo

Friday, 21st September 2012

Everyday the Barefoot College serves you a nice surprise. Today we meet Jan in ‘t Veld, a Dutch man just arrived in Tilonia. While we have breakfast together, chai and chapata as usual, he tells us his story.

Ten years ago Jan and his son Frederik invented, developed and started manufacturing adjustable spectacles called “Focusspec” that can be adjusted to everyone’s needs. Now they have a foundation, the Focus on Vision, that so far distributed hundreds of thousands variable spectacles in developing countries all over the world.

Jan has been invited at the Barefoot by Bunker Roy, and in these days he will be checking all the Barefoot workers’ eyes and giving spectacles to the people who need them.

We go to the solar section with him where he controls our solar woman engineers’ eyes. At the end of the day Jan has checked around hundred eyes. Now one out of three grandmothers have a new pair of adjustable spectacles for better reading and be able to do their minute work on the small components of the solar lantern’s circuits.

We return home happy. Today we met another person using common sense to change the world.

JAN IN ‘T VELD / PERSONE CHE POSSONO CAMBIARE IL MONDO

Venerdì 21 Settembre 2012

Ogni giorno il Barefoot college riserva una bella sorpresa. Oggi incontriamo Jan in ‘t Veld, un olandese appena arrivato a Tiloniya. Mentre facciamo colazione insieme, chai and chapata come ogni mattina, ci racconta la sua storia.

Dieci anni fa Jan e suo figlio Frederik hanno inventato, sviluppato e cominciato a produrre occhiali regolabili chiamati  “Focusspec” che possono essere adattati alle esigenze di ognuno. Ora hanno una fondazione, la Focus on Vision, che ad oggi ha distribuito centinai di migliaia di occhiali nei paesi in via di sviluppo di tutto il mondo.

Jan è stato invitato al Barefoot da Bunker Roy e in questi giorni controllerà gli occhi dei lavoratori del Barefoot e darà occchiali a chi ne ha bisogno.

Andiamo alla Solar section con lui dove Jan controlla gli occhi delle nostre ingegneri del solare. Alla fine della giornata Jan ha controllato centinaia di occhi. Ora una nonna su tre ha un nuovo paio di occhiali regolabili per leggere e poter lavorare sui minuscoli componenti diei circuiti delle lampade solari.

Torniamo a casa contenti. Oggi abbiamo incontrato un uomo che con il buon senso cerca di cambiare il mondo.

Production duties: back to Jaipur / Questioni produttive: ritorno a Jaipur

(see below for English)

Lunedì 17 settembre 2012, Tiloniya

Prendiamo il treno da Tiloniya per Jaipur. I biglietti costano 32 rp e rischiamo di perdere il treno perchè il bigliettaio non ha il resto di 500 rp, l’equivalente di 7 euro. Aspettiamo l’intercity delle 19.15 nella completa oscurità. Quando il treno arriva saliamo con fatica, le carrozze sono strapiene letteralmente fino al soffitto, molte persone dormono nelle  cappelliere.

Dopo due ore e mezza arriviamo a Jaipur, perfettamente in orario, dove dobbiamo incontrare Lucia Venturato, la nostra produttrice, e risolvere alcune questioni pratiche. La raggiungiamo al Aria Niwas Hotel, un albergo dall’aria coloniale, una sorta di oasi in mezzo al caos cittadino fatto di traffico di rikshaw strombazzanti, un brulichio di persone e mucche che pascolano in mezzo alla strada .

Martedì 18 settembre 2012, Jaipur

Prima tappa della giornata è il noleggio di alcune attrezzature che non abbiamo portato dall’Italia: due treppiedi, spallaccio per la Canon 5d con filtri nd, luci e stativi, un lastolite. Abbiamo il contatto di un service che ci ha scritto di avere più o meno tutto: la Folklore Productions. Quando arriviamo veniamo accolti dal proprietario, Amit, che ci presenta un cavalletto e un enorme faro da teatro da 2000w per niente adatto all’energia solare del Barefoot. Alla fine ci accontentiamo di un cavalletto e un monopiede, mentre  beviamo un chai con i ragazzi della Folklore Productions guardiamo i loro ultimi lavori video trattando il prezzo dell’attrezzatura. (per i più curiosi ecco il link al loro canale youtube http://www.youtube.com/user/folklorelimited )

Risolta la questione produttiva dell’attrezzatura, abbiamo tempo per un giro turistico in città nell’attesa dell’arrivo del fonico indiano che lavorerà con noi nei prossimi giorni. Guida alla mano, assediati dai venditori e guidatori di rikshaw, visitiamo il City Palace, il palazzo del Maharaja di Jaipur, e il Jantar Mantar, un immenso osservatorio astronomico dell’800 che sembra un’opera di land art contemporanea. Ultima tappa della giornata è al Gem Palace, dove Lucia incontra due amici gioiellieri, Sanjaj e Sudhir, i quali ci offrono l’ennesimo chai della giornata nella loro gioielleria rutilante di pietre preziose, argenti ed oro. Sudhir inoltre, appassionato fotografo, ci mostra i suoi cataloghi di fotografia e ci stupisce con la sua collezione di macchine d’epoca.

Sanjaj propone a Lucia di portarci a cena in uno dei ristoranti più cool della città, lo Steam. Ci andiamo anche con Kevin, the best documentary location sound recordist of India, appena arrivato da Bombay. Il ristorante è ricavato in un vecchio treno parcheggiato nell’immenso parco del fastoso Rambagh palace di un maharajà, oggi hotel di lusso, dove camerieri in livrea dai grandi baffi arricciati ci accolgono cerimoniosamente. Prima di andare a cena Sanjai ci guida attraverso gli ambienti sfarzosi del piano terra del palazzo. Restiamo completamente a bocca aperta.  Tradizione e modernità, ricchezza e miseria, questa è Jaipur nelle sue contraddizioni, questa è l’India.

Mercoledì 19 settembre, Tiloniya.

Una jeep scassata e senza porte ci riporta a Tiloniya, il nostro tranquillo angolo di Rajasthan dove possiamo visitare 6 stati senza viaggiare: Zanzibar, Guatemala, Salvador, Solomon Islands, Vaniatu, Samoa. Appena rivediamo le nostre “nonne” ci sentiamo di nuovo a casa.

Ora la troupe è al completo, abbiamo l’attrezzatura, abbiamo internet ed un accogliente ufficio con un tavolino ricavato da un vecchio pannello solare. Siamo pronti a cominciare le riprese del nostro documentario.

Se non ne avete ancora abbastanza delle nostre foto, ecco uno slideshow in cui potete vedere tutte le foto di questi giorni. Siamo dei blogger da una settimana ma non abbiamo ancora capito come suddividere le foto come vogliamo, ogni suggeriento è bene accetto.

Un saluto da Tiloniya.

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Solar Section, first lesson

Lunedì 17 settembre 2012, Tilonya

Sone le 9 del mattino e l’old campus del Barefoot College è semideserto. Note di musica indiana escono dall’aula della Solar Section dove il gruppo degli insegnanti, sette tra uomini e donne indiane un tempo allievi e ora maestri, aspettano le nuove allieve davanti alla tv.

Le prime ad arrivare sono due silenziose donne avvolte nei loro abiti tradizionali provenienti da Zanzibar, poco dopo arriva il rumoroso gruppetto delle “nonne” samoane con le loro scarpe da ginnastica e pantaloncini da surf, seguite da quattro salvadoreñe, dal gruppo delle Solomon Island e dall’imponente quartetto delle Vanuatu nei loro sgargianti vestiti a fiori. Per ultime arrivano le due timide guatemalteche che avevamo conosciuto il giorno prima.
Il teacher Guman con un inglese dal forte accento indiano si presenta a questo insolito gruppo di cui la metà non parla una parola di inglese. Comincia la prima lezione della Solar Section. Le donne vengono invitate a presentarsi, si alzano in piedi una ad una e dicono nella propria lingua il loro nome e paese d’origine.

Per prima cosa bisogna insegnare a tutte un lessico di base per comunicare. Tutte dovranno imparare a installare dei pannelli solari e a costruire delle lampade ricaricabili a led. Guman comincia a mostrare i componenti di una lampada elettrica e a dirne il nome col suo inglese indianizzato, invitando le nonne a ripeterlo in coro: “This name: wire connectar. This name…?” Le donne si guardano senza capire, quindi Guman ripete: “This name???” Silenzio. Finalmente una delle samoane, che parla l’inglese meglio di lui, capisce e ripete: “wire connector”. Guman non è soddisfatto. Vuole che tutte ripetano in coro. Al terzo “This name?” il gruppo capisce il metodo.

Comincia un botta e risposta ipnotico in cui le donne fanno la conoscenza di circuiti, resistenze, chip, fili, luci, involucri, batterie, e mille altri componenti che dovranno imparare a maneggiare. Nei volti di tutte le donne si legge lo stesso pensiero: “Non ce la faremo mai.”

La situazione ben presto comincia a diventare comica: nessuna capisce nulla e tutte ripetono in coro dei nomi senza realmente capire come si pronuncino e soprattutto cosa vogliano dire. “This name: L-E-D lamp! This name?” E tutte in coro: “El-Ai-Id, lem”, e lui, non soddisfatto: “This name???” “Ei-Di lamb” e così via.

Il coro è composto principalmente dalle donne dei paesi anglofoni, Samoa, Vanuatu e Solomon Island, il resto invece ha reazioni molto diverse tra loro: le nonne dello Zanzibar sembrano impietrite, le guatemalteche sono spaventate e non ripetono se non invitate a farlo dal teacher, mentre le salvadoreñe ridono tra di loro come delle ragazzine di terza media.

Quando la stanchezza giunge al limite, quando cioè nessuno ripete più niente, o peggio ancora ripete parole a caso, Manna, una delle teacher indiane più estroverse capisce la situazione e annuncia il chai moment. Tutti si riversano nel cortile a bere il tipico tea indiano con latte e zucchero. E’ un momento molto emozionante. Il gruppo comincia a fare amicizia, tanto che vediamo Catarina e Savela, le due nostre amiche del Guatemala, cominciare a parlare a parole e a gesti con le donne di Solomon Island. Aveva ragione Bunker Roy: “at the Barefoot College we make the impossible possible”, qui può diventare possibile anche ciò che sembra impossibile.

E’ un tripudio di facce, colori e lingue che ci dà la pelle d’oca. Non possiamo far altro che posare le telecamere e unirci al gruppo sorseggiando il nostro chai. Sono bastate un paio d’ore e già ci sentiamo parte di una famiglia.

A spasso per Tiloniya

Tiloniya, 16 settembre 2012

Passeggiata serale dal new campus del Barefoot college verso il villaggio di Tiloniya. Il tramonto dura poco in India e la luce se ne va fiocamente, prendiamo la mulattiera fino alle poche case del villaggio attraversato dalla ferrovia. Qui sorge anche la struttura dell’old campus dove si tengono le lezioni della Solar Section. Tutti ci salutano e i bambini ci fissano, è raro incontrare europei a Tiloniya.

Nella piccola e diroccata stazioncina ci informiamo sugli orari del treno per Jaipur che prenderemo lunedì sera. Al ritorno spunta da una curva della strada una strana carovana…indian ravers?

First impressions of India

Jaipur airport, 15 settembre 2012, ore 19,45. All’uscita ci aspetta un uomo con un cartello con scritto “barefoot college”. Ci dice di aspettarlo più avanti. Ci spostiamo dove ci aveva indicato e poco dopo si ferma davanti a noi un grande pulmino. Facciamo per caricare i bagagli quando l’uomo col cartello ci chiama da una jeep dall’altro lato della strada. Stavamo per sbagliare pulmino! Imbarazzati prendiamo le nostre valigie e andiamo da lui.

Cerchiamo di presentarci, in inglese, in italiano e a gesti, ma l’uomo dice di non capire e comincia a guidare. Accende la radio, una  soave voce femminile ci accompagna per i sobborghi di Jaipur. Finalmente ci sentiamo in India.

Sobborghi di Jaipur. Ad ogni incrocio l’autista cerca di ottenere informazioni sulla strada, ma nessuno gli risponde, come se non esistessimo. Dopo qualche decina di incroci finalmente l’autista trova l’autostrada. Uno slalom di due ore tra camion e bus, la strada è piuttosto affolata ma il traffico è scorrevole. Imbocchiamo una strada sterrata e arriviamo a Tiloniya, dove Bunker Roy ci attende per cena. Il tempo di un piatto di riso e veniamo spediti ad intervistare le donne peruviane che l’indomani avrebbero lasciato il campus per tornare a casa.

Sono ormai le 23 e una macchina ci porta alla solar section del Barefoot College dove le donne peruviane vengono gentilmente svegliate a pugni sulla porta. Dopo un paio di minuti di assestamento le donne cominciano a parlare. Sono contente di poter comunicare con qualcuno in spagnolo dopo tanti mesi e ci parlano con emozione della loro esperienza, nonostante il sonno. “Siamo arrivate piangendo”, ci raccontano, “e ce ne torniamo piangendo”. Le donne ci raccontano di come sia stato difficile lasciare la famiglia e i figli a casa per partire per un’avventura di sei mesi in India, ma di come sia altrettanto difficile lasciare adesso la nuova famiglia creatasi al barefoot. “Sembrava impossibile imparare a costruire tutto questo” ci dice Reyna mostrandoci lampade solari e circuiti, “ma ce l’abbiamo fatta”. Le donne si mostrano orgogliose di quanto sono riuscite ad imparare e si dicono pronte ad essere le nuove ambasciarici del barefoot model in Perù. Alla fine di questo incontro ci ritornano in mente le parole di Bunker Roy “arrivano donne e tornano tigri”.

Dopo la lunga chiacchierata arriva finalmente per tutti il momento della buonanotte, ci salutiamo alla luce delle lanterne solari. Non è un addio, ma un arrivederci, a dicembre infatti andremo a trovarle  in Perù per filmare l’installazione dei pannelli solari nelle loro “aldeas” sulle Ande.

Prima ricognizione al Barefoot College – Solar Section

Domenica 16 novembre 2012
Keilash ci guida all’interno del Barefoot College. E’ domenica e negli spazi dell’Old Campus non c’è quasi nessuno. Incontriamo Catalina e Sabela, due donne appena arrivate dal Guatemala per seguire il corso di sei mesi per diventare delle “barefoot solar engineers”. Insieme a noi visitano la classe della Solar Section per la prima volta, non parlano inglese e si guardano attorno spaesate. Keilash mostra loro i componenti delle lampade solari che da domani impareranno a costruire.

Sunday, november 16th 2012

Keilash leads us into the Barefoot College. It’s Sunday and there’s nobody around here at the Old Campus. We meet Catalina and Sabela, two women from Guatemala who came here to attend the six-months course to become “barefoot solar engineer”. With them we visit the classroom of the Solar Section for the first time. They don’t speak English and walk around with puzzled looks. Keilash shows them the parts of the solar lamps that they will learn to build from tomorrow.

Link

 

“Roy’s idea is that India and Africa are full of people with skills, knowledge and resourcefulness who are not recognised as engineers, architects or water experts but who can bring more to communities than governments or big businesses.”

Guardian