Visita ai villaggi atacameñi del Cile / Visiting Atacama villages in Chile

(For English see below)

Mercoledì 13 febbraio 2013

Dopo un viaggio  eterno dal Peru al Cile, arriviamo finalmente nella zona dell’Alto Loa nel deserto di Atacama. Per arrivarci scendiamo dai 3.400 metri di Candarave alla desertica Tacna, attraversiamo la frontiera (facendo una coda interminabile a cui non siamo più abituati), raggiungiamo la cilena Arica e da lì prendiamo due aerei: il primo che ci riporta a Santiago e il secondo di nuovo a nord, a Calama.

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After an endless journey from Peru to Chile, we finally arrive in the Upper Loa area, in the Atacama Desert. To get there we go down from 3,400 meters of Candarave, we cross the border (in an endless queue), we reach the Chilean Arica and from there, we take two planes: the first one brings us back to Santiago and the second one to the north, in Calama.

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Facciamo base a Caspana, un villaggio di impianto precolombiamo a 3.200 metri, abitato da una comunità indigena. Nonostante la relativa vicinanza dei due territori andini troviamo una realtà completamente diversa, sia nei paesaggi, ma sopratutto nelle caratteristiche della popolazione. Ci viene spiegato che le comunità della zona non sono aimara bensì atacameño-quechua. Inoltre i villaggi sono meno isolati di quelli peruviani e più inseriti nella vita economica della regione, soprattutto perchè siamo in una delle zone più turistiche del Cile. Nonostante però la modernizzazione abbia coinvolto queste comunità è forte la volontà di preservare la propria identità culturale.

Our base is in Caspana, a pre-Columbian village which is 3,200 meters high, inhabited by an indigenous community. Despite the proximity of the two Andean territories there are completely different landscapes and a different population. We are told that the communities in this area are not Aimara but Atacameño-Quechua. In addition, the villages are less isolated than the Peruvians villages and they are involved in the economic life of the region, especially because it is one of the most touristy areas of Chile. Despite the modernization has involved these communities, they want to preserve their cultural identity.

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Le cinque donne cilene che hanno frequentato il corso al Barefoot College provengono dalle comunità di Caspana, Toconce e Ollagüe. Questi tre villaggi sorgono come oasi alle pendici dei vulcani San Pedro, San Pablo e Paniri, tutti che superano i 6.000 metri. Il governo cileno ha installato dei generatori che forniscono elettricità ai paesi per due ore al giorno, dalle 21 alle 23. Parliamo con la signora Cecilia di Caspana, presidente del “comitè solar”, che ci racconta come l’installazione dei pannelli servirebbe a garantire una continuità energetica alle abitazioni durante le ore in cui il generatore non funziona. Inoltre, continua Cecilia, si tratterebbe di una energia pulita alternativa alla benzina che si impiega per generare elettricità.

The five Chilean women who have attended the course at Barefoot College come from the communities of Caspana, Toconce and Ollagüe. These three villages are oasis,  located on the slopes of the volcanoes San Pedro, San Pablo and Paniri: all these volcanoes are more than 6,000 meters high. The Chilean government has installed generators that provide electricity to the country for two hours a day, from 9 to 11 pm. Cecilia Caspana, president of the “Comité solar”, says that the installation of the panels would ensure a continuity of energy  when the generator doesn’t work. In addition, she carries on by saying that it is a clean energy, used to generate electricity, as an alternative to gasoline.

Giovedi 14 febbraio 2013

A bordo del pulmino fornito da Enel Green Power raggiungiamo Toconce, a 60 kilometri più a nord di Caspana. Qui conosciamo Nicolasa, una delle “ingenieras” cilene, che ci mostra la sua casa e il suo piccolo ovile dove dà da mangiare ai “corderitos”. Nicolasa è tornata dall’India cinque mesi fa e ci confessa la sua paura di non riuscire a montare i pannelli quando arriveranno tra un mese. Nicolasa è scettica dopo tanta attesa e noi le raccontiamo l’esperienza appena vissuta in Perù dalle sue compagne Yeni, Paula, Reina e Rosa. Solo dopo averle mostrato alcune foto sembra convincersi di potercela fare da sola.

L’intervista a Nicolasa è l’ultima che facciamo, il nostro viaggio finisce qui. Domani ripartiremo per l’Italia. E’ stata una bellissima esperienza e sappiamo di portare a casa del materiale straordinario fatto di umanità, storie, paesaggi indimenticabili.

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We go to Toconce by the bus provided by Enel Green Power, which is 60 kilometers to the north of Caspana. We  know Nicolasa here, one of the Chilean “ingenieras”, who shows us her house and her little flock where she feeds the “corderitos.” Nicolasa came back to India five months ago and she says that she is afraid of not being able to build up the panels when they’ll arrive next month. Nicolasa is skeptical after a long wait and we’re telling her about the experience of her companions Yeni, Paula, and Reina Rosa, in Peru. Only after having shown her some photos she seems to be convinced she can do it.The Interview with Nicolasa is the last interview we do, our journey ends here. We’re leaving for Italy tomorrow. We know that this extraordinary experience made of humanity, stories, unforgettable landscapes is coming home with us.

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Enel Green Power incontra la comunità di Turunturu

Lunedi 11 febbraio 2013

Oggi Maria Cristina Papetti, capo della CSR di Enel Green Power,  e Antonella Santilli, capo delle relazioni esterne Enel Green Power Chile, incontrano la comunità di Turunturu. Iniseme alle “ingenieras” Jeny e Paula spiegano ai “comuneros” come avverrà l’installazione dei loro kit solari. Gli abitanti fanno molte domande e sono entusiasti del progetto. Le installazioni a Turunturu avverranno la settimana prossima.

E’ venuto il momento dei saluti. Con un po’ di tristezza abbracciamo le nostre “nonne” e torniamo al campo base di Candarave.

Domani partiamo alla volta del Cile, diretti a Caspana e Toconce a trovare le tecniche cilene. Hasta luego Peru!

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February 13, 2013
Today Maria Cristina Papetti, head of Enel Green Power CSR, and Antonella Santilli, Head of the Enel Green Power  External Relations in Chile, meet the community in Turunturu.  The “ingenieras”, together with Jeny and Paula, explain to the “comuneros”  the process for the installation of their solar kits. The inhabitants ask a lot of questions and are excited about the project. The installations in Turunturu will take place next week.

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Japopunco dia 2

(for English see below)

Martedì 5 febbraio 2013

Le installazioni proseguono nei dintorni di Japopunco in fattorie a dir poco isolate. La mattina accompagniamo Yeni a casa della signora Gregoria, una piccola fattoria con un recinto per i lama e gli alpaca dove la donna vive da sola. La fattoria è composta da due capanne, una per sé e una per i pastori che contratta per guardare i suoi animali quando lei scende a Tacna, la capitale della regione dove vivono i figli e i nipoti.

Installations continue in isolated farms around Japopunco. In the morning we go with Yeni to  Mrs. Gregoria’s, a small farm with a fence to llamas and alpacas where the woman lives alone. The farm consists of two tents, one for her and one for the shepherds who watch her ​​animals when she goes to Tacna, the capital of the region inhabited by her children and grandchildren.

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Yeni velocemente installa il pannello sul tetto della casa a cui collega la batteria che darà energia a quattro lampade a led, una delle quali viene fissata all’esterno e servirà a segnalare la casa ai pastori durante la notte. Quando si accende l’ultima luce Gregoria non sta nella pelle dall’emozione, accende un lettore CD per farci ascoltare la musica del figlio, stappa una birra e comincia a ballare. Vorrebbe coinvolgere tutti nella festa, ma Yeni deve fare un’altra installazione e dobbiamo andarcene.

Yeni quickly installs the panel on the roof of the house, connecting it to the battery that will give energy to four LED lamps, one of which is fitted outside, and will serve to indicate the house to the shepherds during the night. When you turn the last light, Gregoria is unbelievably excited, she turns on the music because she wants us to listen to the music of his son, popping a beer and dancing. She would like to involve everyone in the party, but Yeni should do another installation and we have to go.

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Prima di partire però riusciamo a farle una breve intervista. La donna non fa che ripetere la sua gioia per l’arrivo della luce ed in particolare per la “solar lantern”, con la quale potrà andare con facilità a cercare gli agnellini o i piccoli di lama che non sono tornati nel recinto prima del calar della notte. Gregoria ci racconta che l’ultima volta le si era scaricata la torcia e per tornare a casa era inciampata più volte nel buio.
Salutiamo Gregoria e raggiungiamo Paula in un altro pascolo a mezz’ora di strada, un luogo remotissimo e incantevole a 5100 metri di altitudine, da dove si domina il lago salato di Roscote contornato da una catena di cime innevate.

We interview her before leaving. The only thing she says is that she is happy for the coming of the light, and in particular for the “solar lantern”, which will help her  to easily look for the lambs that don’t come back before night. Gregoria tells us that the last time her torch run down, she stumbled in the dark several times in her way home. We say goodbye to Gregoria and we reach Paula in another gazing land, a remote and beautiful place at 5100 meters above sea level, where it dominates the Salt Lake Roscote surrounded by a chain of snowy peaks.

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Qui Paula deve installare tre pannelli in altrettante capanne di fango e sassi a un centinaio di metri l’una dall’altra dove vivono le famiglie di tre fratelli. Dopo aver installato il pannello a casa di Don Santos ci spostiamo a casa di Don Juan dove mangiamo tutti assieme un buon piatto di “arroz con papa y carne de alpaca”, il tipico pasto andino fatto di riso con una patata e un pezzo di carne di alpaca.

Paula has to install three panels in many huts of mud and stones. After installing the panel in the house of Don Santos we go to the house of Don Juan where we eat together a good plate of “arroz con papa y carne de alpaca”, a typical Andean meal made ​​of rice with a potato and a piece of meat alpaca.

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Paula termina velocemente il suo pranzo e, aiutata da tutti i membri della famiglia, si mette al lavoro perché da nord ovest sta sopraggiungendo una tormenta. Installato il secondo pannello la nostra “ingeniera” comincia a preparare il terzo quando sopraggiunge una pioggia battente accompagnata da un vento gelido. La donna non batte ciglio e continua a lavorare come se niente fosse, riparata dal suo cappello a tesa larga tipico delle “cholitas” andine. Rimaniamo sorpresi quando, finita l’installazione, le luci della casa si accendono normalmente nonostante la pioggia. Paula ci spiega che i pannelli solari funzionano anche senza sole diretto.

Paula finished her lunch quickly and, helped by all the members of the family gets to work because a storm is coming from the northwest. After the second panel has been installed our “Ingeniera” begins to prepare the third, but a heavy rain occurs accompanied by an icy wind. She continues to work as if nothing has happened, sheltered by his wide-brimmed hat, typical of the “cholitas” Andes. We are surprised when, after the installation, the house lights come on normally despite the rain. Paula explains that solar panels work without direct sunlight.

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Terminato il lavoro tutti ringraziano calorosamente la “tecnica” e Don Santos ci da un passaggio fino a Japopunco con la sua berlina scassata degli anni ’70. Viaggiamo accatastati in sette e attraversiamo un paio di corsi d’acqua e una palude, ma con nostra grande sorpresa e gioia arriviamo a destinazione sani e salvi.

At the end of the work everyone thanks warmly the “technician” and Don Santos gives us a lift to Japopunco with his smashed car. We travel stacked up crossing a couple of rivers and a marsh, but surprisingly we arrive at destination safe and sound.

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A Japopunco troviamo Alicia e Don Felix di ritorno da altre installazioni che ci invitano a partire subito perché la strada per Candarave rischia di essere interrotta da un fiume di fango. Fortunatamente la nostra valle è stata risparmiata dalle piogge torrenziali che si sono abbattute nella zona. Arrivati a casa ci concediamo un ottimo “caldo de gallina”, un brodo di pollo comprato in un baracchino all’angolo della piazza e consumato nel negozio di telefoni accanto, tra una cabina telefonica, una vetrina piena di cellulari ed il bancone.
Sono le otto di sera ma ci sembra che siano le due di notte. Salutiamo i nostri accompagnatori e ci buttiamo a letto esausti e con la testa che ci scoppia per il mal d’altura.

A Japopunco we find Alicia and Don Felix who invite us to leave immediately because the road to Candarave could be interrupted by a river of mud. Fortunately, our valley was spared by the torrential rains that hit the area. When we got home we ate a good “caldo de gallina”, a chicken broth, brought in a kiosk on the corner of the square, and we ate it in the telephone shop next door. It is eight o’clock in the evening but it seems to be two in the morning. We say goodbye to our companions and we go to bed exhausted with a strong headache because of the altitude sickness.

Prime installazioni in Peru’

(for english see below)

Lunedi 4 febbraio 2013

Insieme a Don Felix e Alicia, i responsabili del progetto per la ong peruviana Labor, partiamo all’alba per raggiungere Japopunco, il villaggio a 4.800 metri di altitudine dove avvengono le prime installazioni dei pannelli solari. Dopo un’ora e mezza di sterrato arriviamo a destinazione, un agglomerato di una decina di case in mezzo ad una splendida “pampa” circondata da alte montagne innevate.

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Qui ritroviamo con emozione Reina, Isaida, Yeni, Rossana e Paula, le cinque “ingenieras solares” peruviane che hanno seguito il corso al Barefoot College di Tilonia. Il villaggio di Japopunco ospita anche un centro di educazione con un piccolo magazzino dove viene installato il “taller”, una centralina solare alimentata da quattro pannelli che servirà alle varie esigenze della comunità. In questo luogo Alicia riparte i kit solari alle famiglie che lo hanno richiesto: un pannello solare, una batteria, alcune lampade a led ed un pannello mobile per la ricarica della lanterna solare portatile. L’installazione costa alle famiglie 35 soles più una quota mensile di mantenimento di 5 soles (1 euro equivale a circa 3 soles). Don Felix ci spiega che il pagamento deve essere anticipato per evitare che le “ingenieras” vengano pagate nel giorno del mai, e che la quota mensile, oltre a comprendere la manutenzione, serve ad evitare che i pannelli vengano rivenduti altrove per poche centinaia di dollari, come era avvenuto con i pannelli distribuiti gratuitamente dal governo nel 2008.

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Seguiamo le tecniche del solare nelle loro lavoro ed entriamo nelle case, generalmente costituite da una camera da letto per tutta la famiglia e una cucina, entrambe di poco più di due metri quadrati e senza finestre.

Rimaniamo stupiti dalla velocità e competenza di queste “ingenieras” e ripensiamo alle facce sperdute e perplesse delle donne che avevamo seguito nei primi giorni del corso in India. Questa è decisamente la prova che il metodo Barefoot funziona davvero!

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Per filmare le installazioni dobbiamo letteralmente correre dietro alle nostre protagoniste che nell’arco di una mattinata installano i pannelli in tutte le case del villaggio, con una media di un pannello all’ora a testa. Mentre loro sono già in macchina per raggiungere le case più distanti usate dai pastori di lama e alpaca dove continueranno il loro lavoro, noi siamo costretti a gettare la spugna sfiniti dal mal di montagna e torniamo al campo base di Candarave.

Monday February 4, 2013

We’re leaving at dawn, together with Don Felix and Alicia, the project managers for the Labor Peruvian NGO, to go to Japopunco, the village at 4,800 meters above sea level, where the first installations of solar panels take place. After an hour and a half of dirt patch we reach our destination, a cluster of a dozen houses in the middle of a splendid “pampa” surrounded by high snowy mountains.
Qui ritroviamo con emozione Reina, Isaida, Yeni, Rossana e Paula, le cinque “ingenieras solares” peruviane che hanno seguito il corso al Barefoot College di Tilonia. Il villaggio di Japopunco ospita anche un centro di educazione con un piccolo magazzino dove viene installato il “taller”, una centralina solare alimentata da quattro pannelli che servirà alle varie esigenze della comunità. In questo luogo Alicia riparte i kit solari alle famiglie che lo hanno richiesto: un pannello solare, una batteria, alcune lampade a led ed un pannello mobile per la ricarica della lanterna solare portatile.
Here we are glad to meet again Reina, Isaida, Yeni, Rossana and Paula, the five Peruvian “ingenieras solares” who have followed the course at the Barefoot College in Tilonia. In Japopunco there is also an education center with a small store where the “taller” is installed, a solar controller powered by four panels, for the needs of the community. In this place Alicia brings the solar kits to the families who have requested it: a solar panel, a battery, some LED lamps and a moving panel to charge the portable solar lantern. The families have to pay 35 soles plus a monthly maintenance of five soles for the installatio (1 euro is the same as  3 soles).
We follow their techniques of work about the solar energy and we go into their houses which generally consist of a bedroom for the whole family and a kitchen, both a little more than two square meters and with no windows.
We are amazed by the speed and skill of these “ingenieras” and we remember the perplexity of the other women at the beginning of the course in India. This is definitely a proof that the method Barefoot really works!
To film installations we literally chase our protagonists who in a few hours install panels in every house of the village, with an average of one panel per hour each. When they are already in the car to reach the farther houses used by the shepherds of llama and alpaca where they will continue their work, we must throw in the towel exhausted because of altitude sickness and we go back to the base camp in Candarave.

Arrivo a Candarave, Peru

Domingo, 03 febbraio 2013

Oggi abbiamo lasciato il Chile per andare in Peru. Atterrati all’aereoporto di Arica e’ venuto a prelevarci un “carrettero” di nome Ulisses che ci ha fatto passare la frontiera tra Chile e Peru e ci ha condotto fino a Tacna.

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Qui finalmente abbiamo incontrato Don Felix, il nostro contatto peruviano che lavora con le comunita’ andine nel progetto delle installazioni dei pannelli solari. Con lui, dopo 4 ore di macchina, attraversando il deserto e le montagne, siamo arrivati finalmente a Candarave che sara’ la nostra base per raggiungere le varie comunita’ della provincia dove le 5 nonne peruviane hanno gia’ cominciato ad installare i pannelli. Ovviamente piove…ma domani e’ previsto il sole a Jacopunco, piccolo villaggio a 4.800 mt di altezza che visiteremo per effettuare le prime riprese. IMG_2806

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Santiago, Chile

DIstrazione

Venezia-Parigi-Atlanta-Santiago… 20 ore di volo e finalmente sbarchiamo in Cile dopo aver sorvolato un’immensa distesa di nubi che si estendeva ininterrotta dall’Europa al Canada e dal Golfo del Messico fino quasi a destinazione.

A Santiago c’è il sole e 36 gradi, abbiamo una giornata per riprenderci dal viaggio e visitare la città. Una camminata per il Mercado Central, una visita al centro con i suoi palazzi governativi e poi dritti al quartiere di Bellavista dove, dopo aver visitato la casa di Pablo Neruda, incontriamo il terzo membro della nostra troupe: Leandro Leal, il fonico cileno che ci accompagnerà in questa avventura.

Domani partiremo per Arica, nel nord del paese, da dove ci sposteremo in Perù per raggiungere Candarave e da lì i villaggi vicini dove le nonne peruviane che avevamo incontrato il nostro primo giorno in India (vedi il post del 17 settembre 2012)  installeranno i pannelli solari.

La città di Candarave si trova a 3.415 metri di altitudine in una delle regioni più aride al mondo confinante con il famoso deserto di Atacama. Sfortuna vuole però che sia arrivata la stagione conosciuta come “inverno altiplanico” e che da domani siano previste due settimane di pioggia… non ci rimane altro che confidare nel potere del cinema e attrezzarci di impermeabili e buona volontà!

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Venice-Paris-Atlanta-Santiago … 20 hours flight and we’ve finally landed in Chile after flying over a vast expanse of clouds that stretched unbroken from Europe to Canada and from the Gulf of Mexico to almost our destination.

In Santiago it’s sunny and the temperature is about 36 degrees, we have a day to recover from the trip and to visit the city. A walk to the Mercado Central, a visit to the center with its government buildings and then straight to the Bellavista neighborhood where, after visiting the house of Pablo Neruda, we meet the third member of our crew: Leandro Leal, the Chilean engineer who will accompany us in this adventure.

Tomorrow we’re leaving for Arica, in the north of the country, from there we will move to Peru to reach Candarave and from there to the nearby villages where the Peruvian women, who we had already met on our first day in India (see the post of Sept. 17, 2012), will install the solar panels.

The city of Candarave is 3,415 meters above sea level in one of the driest regions in the world bordering the famous Atacama Desert. Unfortunately the season known as ” Altiplanico winter” has already come and there will be two weeks of rain from tomorrow… there is nothing left to trust in the power of cinema, to equip raincoats and and have good will!

In partenza per Cile e Perù / Leaving for Chile and Peru

DIstrazione

Riprendiamo finalmente il viaggio per il nostro documentario “Bring the sun home”, partiamo alla volta di Cile e Perù dove incontreremo le donne sudamericane che hanno terminato il corso al Barefoot College e sono pronte a mettere in pratica le conoscenze acquisite per montare i pannelli solari nelle loro comunità. Le nostre mete sono alcuni villaggi andini tra Cile e Perù.

Guarda il nostro viaggio

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We finally restart our trip for our documentary “Bring home the sun”. We’re going to Chile and Peru, where we will meet the Southern American women who have completed the course at the Barefoot College and are ready to put into practice the knowledge acquired to install solar panels at home. Our destinations are some Andean villages between Chile and Peru.

Come una passeggiata a Ballarò mi ha fatto capire meglio il mondo

Palermo, domenica 14 ottobre 2012.

In attesa di una partenza di cui non conosco ancora esattamente né la data né la destinazione, mi sistemo momentaneamente a casa di un amico, sopra il mercato storico di Ballarò. Dalla finestra vedo la mia vecchia casa, poche decine di metri più in giù nella stessa via. A quanto pare il destino mi ha voluto riportare in questo rumoroso angolo di Sicilia dove sembrano volersi ammassare disordinatamente tutte le culture del mondo.

È domenica mattina. Decido di scendere al mercato, e di vagare per i banchetti in cerca di un piccolo regalo per la casa che mi aiuti a sentirla anche un po’ mia. Cammino per Via delle Pergole. Uno accanto all’altro convivono pacificamente un parrucchiere nigeriano, una famiglia ispanica, un negoziante di vestiti cinesi, un minimarket pakistano, un fruttivendolo palermitano e un ragazzo tunisino che vende scarpe da ginnastica contraffatte. Un classico angolo di Ballarò, un colorito angolo di mondo.

Mi dirigo verso Piazza del Carmine, mosso più o meno consciamente dalla voglia di passare a vedere se c’è ancora la ferramenta di un bengalese che avevo conosciuto anni fa, un ragazzo simpatico che ogni volta che passavo davanti alla sua bottega mi salutava calorosamente. Attraverso l’affollatissima piazza, con i suoi angusti ed affollatissimi passaggi tra i banchi della frutta e del pesce quando sento chiamare da lontano: “Hey regista!” alzo lo sguardo. È proprio lui.

Mi avvicino sorpreso, non pensavo che si ricordasse di me. “So tutto” mi dice ridendo, “seguo la vostra storia fin dagli inizi, il vostro premio, il viaggio, tutto”. Ryan mi racconta che è un grande appassionato di cinema e che da quando è in Italia ha sempre seguito il festival Soleluna. Quest’anno non era potuto venire alla premiazione così ha guardato i premi via internet, ha letto del premio e ha seguito il nostro viaggio sul blog. Ryan mi presenta i suoi familiari, i quali appena sentono che sto facendo un documentario su Bunker Roy mi stringono la mano con entusiasmo e mi fanno i complimenti. “Noi siamo della scuola di Muhammad Yunus” (l’economista bengalese inventore del microcredito moderno e fondatore della grameen bank, premio Nobel per la pace nel 2006), mi dicono sorridendo.

Racconto a Ryan dell’esperienza al Barefoot college. “Una bellissima realtà”, commenta. Poi però, aggiunge con un’amarezza, senza perdere quel suo sorriso serafico che mi fa sentire di nuovo in India: “ce ne vorrebbero di iniziative così per cambiare veramente qualcosa!”

Mai avrei pensato che sarebbe stato un bottegaio immigrato dal Bangladesh a Palermo a farmi riaprire gli occhi. La realtà del Barefoot College è un caso isolato, e a modo suo mi ha dato una visione distorta dell’India, facendomi sottovalutare la povertà di quel paese e del mondo intero. Il benessere a cui sono abituato si sposava bene con la serenità pacifica del Barefoot ma il sorriso disilluso di Ryan, uno che quella realtà l’ha vissuta in prima persona, mi ha fatto capire più a fondo quei dati che ormai conosco bene, ancora oggi oltre 2 miliardi di persone non hanno accesso all’energia elettrica, e spesso nemmeno ad un’istruzione, ma nelle loro vicinanze non hanno un Barefoot College a cercare di aiutarli.

Improvvisamente, dopo giorni di conferenze Onu e dell’ottimismo dei convegni romani, mi rendo conto di quanto sia grande il mondo e di quanto siamo piccoli noi, e di quanto tempo ci vorrà a cambiare veramente qualcosa. Mi corre in aiuto proprio una frase di Yunus: “un giorno i nostri nipoti andranno nei musei a vedere cosa era la miseria” e mi consolo pensando che il nostro lavoro potrà aiutare a far conoscere il metodo barefoot, e a mostrare che a Tilonia, uno sperdutissimo villaggio dell’India, esiste un laboratorio dove si sperimentano metodi alternativi di sviluppo. “Abbiamo tutto il tempo del mondo”, mi aveva detto un giorno Bunker Roy con una serenità difficilmente ritrovabile in occidente. A noi spetta solo spargere la voce, affinchè i semi del cambiamento si spargano più velocemente.

“Ci vorrebbe un Barefoot college in ogni villaggio” convengo con Ryan, quindi mi faccio dare un mestolo e delle presine e lo saluto.

Riattraverso il mercato di Ballarò con degli occhi nuovi. Improvvisamente le facce africane, bengalesi, arabe e italiane mi balzano agli occhi con un’intensità diversa e capisco che il premio Soleluna non poteva che nascere da Palermo, una città speciale, non semplicemente Sicilia o Italia, ma una città del mondo dove etnie e religioni tra le più disparate si mescolano senza contrasti, in un vivi e lascia vivere fuori dal comune.

Continuo a camminare pensando a quel simpatico bengalese studente di ingegneria meccanica ed appassionato di cinema che mi ha fatto vedere le cose da un’altra prospettiva e ci vedo un poco la metafora dei nostri tempi: forse gli immigrati e i loro figli, con la loro voglia di crearsi un futuro migliore, aiuteranno anche noi a crescere e, come ha fatto Ryan con me, a farci aprire gli occhi.

Giovanni

Production duties: back to Jaipur / Questioni produttive: ritorno a Jaipur

(see below for English)

Lunedì 17 settembre 2012, Tiloniya

Prendiamo il treno da Tiloniya per Jaipur. I biglietti costano 32 rp e rischiamo di perdere il treno perchè il bigliettaio non ha il resto di 500 rp, l’equivalente di 7 euro. Aspettiamo l’intercity delle 19.15 nella completa oscurità. Quando il treno arriva saliamo con fatica, le carrozze sono strapiene letteralmente fino al soffitto, molte persone dormono nelle  cappelliere.

Dopo due ore e mezza arriviamo a Jaipur, perfettamente in orario, dove dobbiamo incontrare Lucia Venturato, la nostra produttrice, e risolvere alcune questioni pratiche. La raggiungiamo al Aria Niwas Hotel, un albergo dall’aria coloniale, una sorta di oasi in mezzo al caos cittadino fatto di traffico di rikshaw strombazzanti, un brulichio di persone e mucche che pascolano in mezzo alla strada .

Martedì 18 settembre 2012, Jaipur

Prima tappa della giornata è il noleggio di alcune attrezzature che non abbiamo portato dall’Italia: due treppiedi, spallaccio per la Canon 5d con filtri nd, luci e stativi, un lastolite. Abbiamo il contatto di un service che ci ha scritto di avere più o meno tutto: la Folklore Productions. Quando arriviamo veniamo accolti dal proprietario, Amit, che ci presenta un cavalletto e un enorme faro da teatro da 2000w per niente adatto all’energia solare del Barefoot. Alla fine ci accontentiamo di un cavalletto e un monopiede, mentre  beviamo un chai con i ragazzi della Folklore Productions guardiamo i loro ultimi lavori video trattando il prezzo dell’attrezzatura. (per i più curiosi ecco il link al loro canale youtube http://www.youtube.com/user/folklorelimited )

Risolta la questione produttiva dell’attrezzatura, abbiamo tempo per un giro turistico in città nell’attesa dell’arrivo del fonico indiano che lavorerà con noi nei prossimi giorni. Guida alla mano, assediati dai venditori e guidatori di rikshaw, visitiamo il City Palace, il palazzo del Maharaja di Jaipur, e il Jantar Mantar, un immenso osservatorio astronomico dell’800 che sembra un’opera di land art contemporanea. Ultima tappa della giornata è al Gem Palace, dove Lucia incontra due amici gioiellieri, Sanjaj e Sudhir, i quali ci offrono l’ennesimo chai della giornata nella loro gioielleria rutilante di pietre preziose, argenti ed oro. Sudhir inoltre, appassionato fotografo, ci mostra i suoi cataloghi di fotografia e ci stupisce con la sua collezione di macchine d’epoca.

Sanjaj propone a Lucia di portarci a cena in uno dei ristoranti più cool della città, lo Steam. Ci andiamo anche con Kevin, the best documentary location sound recordist of India, appena arrivato da Bombay. Il ristorante è ricavato in un vecchio treno parcheggiato nell’immenso parco del fastoso Rambagh palace di un maharajà, oggi hotel di lusso, dove camerieri in livrea dai grandi baffi arricciati ci accolgono cerimoniosamente. Prima di andare a cena Sanjai ci guida attraverso gli ambienti sfarzosi del piano terra del palazzo. Restiamo completamente a bocca aperta.  Tradizione e modernità, ricchezza e miseria, questa è Jaipur nelle sue contraddizioni, questa è l’India.

Mercoledì 19 settembre, Tiloniya.

Una jeep scassata e senza porte ci riporta a Tiloniya, il nostro tranquillo angolo di Rajasthan dove possiamo visitare 6 stati senza viaggiare: Zanzibar, Guatemala, Salvador, Solomon Islands, Vaniatu, Samoa. Appena rivediamo le nostre “nonne” ci sentiamo di nuovo a casa.

Ora la troupe è al completo, abbiamo l’attrezzatura, abbiamo internet ed un accogliente ufficio con un tavolino ricavato da un vecchio pannello solare. Siamo pronti a cominciare le riprese del nostro documentario.

Se non ne avete ancora abbastanza delle nostre foto, ecco uno slideshow in cui potete vedere tutte le foto di questi giorni. Siamo dei blogger da una settimana ma non abbiamo ancora capito come suddividere le foto come vogliamo, ogni suggeriento è bene accetto.

Un saluto da Tiloniya.

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A spasso per Tiloniya

Tiloniya, 16 settembre 2012

Passeggiata serale dal new campus del Barefoot college verso il villaggio di Tiloniya. Il tramonto dura poco in India e la luce se ne va fiocamente, prendiamo la mulattiera fino alle poche case del villaggio attraversato dalla ferrovia. Qui sorge anche la struttura dell’old campus dove si tengono le lezioni della Solar Section. Tutti ci salutano e i bambini ci fissano, è raro incontrare europei a Tiloniya.

Nella piccola e diroccata stazioncina ci informiamo sugli orari del treno per Jaipur che prenderemo lunedì sera. Al ritorno spunta da una curva della strada una strana carovana…indian ravers?

First impressions of India

Jaipur airport, 15 settembre 2012, ore 19,45. All’uscita ci aspetta un uomo con un cartello con scritto “barefoot college”. Ci dice di aspettarlo più avanti. Ci spostiamo dove ci aveva indicato e poco dopo si ferma davanti a noi un grande pulmino. Facciamo per caricare i bagagli quando l’uomo col cartello ci chiama da una jeep dall’altro lato della strada. Stavamo per sbagliare pulmino! Imbarazzati prendiamo le nostre valigie e andiamo da lui.

Cerchiamo di presentarci, in inglese, in italiano e a gesti, ma l’uomo dice di non capire e comincia a guidare. Accende la radio, una  soave voce femminile ci accompagna per i sobborghi di Jaipur. Finalmente ci sentiamo in India.

Sobborghi di Jaipur. Ad ogni incrocio l’autista cerca di ottenere informazioni sulla strada, ma nessuno gli risponde, come se non esistessimo. Dopo qualche decina di incroci finalmente l’autista trova l’autostrada. Uno slalom di due ore tra camion e bus, la strada è piuttosto affolata ma il traffico è scorrevole. Imbocchiamo una strada sterrata e arriviamo a Tiloniya, dove Bunker Roy ci attende per cena. Il tempo di un piatto di riso e veniamo spediti ad intervistare le donne peruviane che l’indomani avrebbero lasciato il campus per tornare a casa.

Sono ormai le 23 e una macchina ci porta alla solar section del Barefoot College dove le donne peruviane vengono gentilmente svegliate a pugni sulla porta. Dopo un paio di minuti di assestamento le donne cominciano a parlare. Sono contente di poter comunicare con qualcuno in spagnolo dopo tanti mesi e ci parlano con emozione della loro esperienza, nonostante il sonno. “Siamo arrivate piangendo”, ci raccontano, “e ce ne torniamo piangendo”. Le donne ci raccontano di come sia stato difficile lasciare la famiglia e i figli a casa per partire per un’avventura di sei mesi in India, ma di come sia altrettanto difficile lasciare adesso la nuova famiglia creatasi al barefoot. “Sembrava impossibile imparare a costruire tutto questo” ci dice Reyna mostrandoci lampade solari e circuiti, “ma ce l’abbiamo fatta”. Le donne si mostrano orgogliose di quanto sono riuscite ad imparare e si dicono pronte ad essere le nuove ambasciarici del barefoot model in Perù. Alla fine di questo incontro ci ritornano in mente le parole di Bunker Roy “arrivano donne e tornano tigri”.

Dopo la lunga chiacchierata arriva finalmente per tutti il momento della buonanotte, ci salutiamo alla luce delle lanterne solari. Non è un addio, ma un arrivederci, a dicembre infatti andremo a trovarle  in Perù per filmare l’installazione dei pannelli solari nelle loro “aldeas” sulle Ande.